Novità e notizie

LO SCORSO anno il Comune ha garantito per tutti e dodici mesi il trasporto a 176 persone disabili.

LO SCORSO anno il Comune ha garantito per tutti e dodici mesi il trasporto a 176 persone disabili.

Più nello specifico, per i seguenti servizi ed attività: 80 centri semi-residenziali, 34 centri socio-occupazionali, 42 attività lavorative, 20 attività del tempo libero.

Inoltre è stato garantito anche a numerosi anziani per accedere alle diverse attività tra cui i centri diurni generici e specialistici, spazi anziani e centri territoriali oltre ad accompagnamenti specifici a visite specialistiche.

Ci sono poi altri mezzi offerti in comodato d'uso gratuito al Comune da un privato nell'ambito del progetto Mobilità gratuita' che vengono utilizzati nei servizi di educativa territoriale rivolte a persone con handicap.

Sulla base della legge regionale 29 del 1997, inoltre, l'amministrazione comunale gestisce l'assegnazione di contributi da fondi regionali per l'acquisto o l'adattamento di autoveicoli per il trasporto di disabili gravi (modifiche ai comandi di guida, alle carrozzerie, per il montaggio di pedane, ecc).

Il servizio di trasporto per disabili previsto dall'amministrazione è da considerarsi un servizio socio-assistenziale e viene garantito dai diversi soggetti gestori con cui l'assessorato Politiche sociali, sanitarie e abitative del Comune ha in essere contratti di affidamento del servizio.

A tutti gli effetti il trasporto fa parte integrante della programmazione degli interventi rivolti ai disabili: per ogni attività che viene attivata viene sempre prevista la garanzia del trasporto.

Il servizio rappresenta infatti una risposta indispensabile per la realizzazione di percorsi individuali ove il lavoro, la frequenza di centri socio-occupazionali, centri diurni, attività ludico ricreative proposte dall'amministrazione e condivise anche con le associazioni del terzo settore, costituisce un elemento significativo della progettazione personalizzata.

Si tratta di modalità di trasporto individualizzato (in alcuni casi possono essere effettuati anche trasporti multipli), il trasporto viene cioè attivato dai Servizi sociali in base alle condizioni ed esigenze del disabile.

Può avvenire con mezzi attrezzati o non attrezzati, è sempre prevista la presenza dell'autista e, se necessario, di un accompagnatore, che si occupa della gestione del disabile durante i tragitti garantendo il superamento delle barriere architettoniche negli spostamenti e il carico scarico dal mezzo.

Il servizio è previsto dal lunedì al sabato dalle 7 alle 20 e, in alcune occasioni, anche la domenica.

L'assistente sociale è il primo punto di riferimento per l'utente e la sua famiglia, è il responsabile della progettazione realizzata dal Servizio (comprensiva di trasporto) e garantisce raccordo con gli altri servizi.

Trasmissione lettera aperta.

Carissimi,
come probabilmente saprete, a partire dal mese di aprile, abbiamo cominciato a bussare alle porte di alcuni Ministri e Sottosegretari per evidenziare la grave situazione determinatasi nella nostra Unione a causa dei tagli,quasi azzeramento, dei nostri contributi statali finalizzati alla erogazione di servizi destinati ai ciechi ed ipovedenti iscritti e non iscritti all’associazione.
L’intento era di ottenere che prima della legge di stabilita’ il Ministero dell’Economia ripristinasse i contributi nella loro entita’ iniziale. Come era prevedibile abbiamo avuto solo delle mezze promesse, nessuna garanzia.
Tale stato di fatto ci ha indotti a scrivere una lettera aperta all’intero Parlamento per sollecitare l’intervento dei Senatori e dei Deputati sul Ministro per ottenere che, almeno in occasione del varo della legge di stabilita’, ci fosse restituito il maltolto.
Vi allego la lettera aperta con la raccomandazione di utilizzare anche le vostra amicizie politiche per raggiungere il comune obiettivo.
Colgo l’occasione per informarvi che le speranze di modificare a nostro favore il decreto sull’ISEE sono pressoche’ tramontate definitivamente considerato che le due Camere del Parlamento devono rispondere entro il 31 luglio ed il suddetto decreto non e’ stato ancora iscritto all’ordine del giorno. Questo fa capire che non c’e’ la volonta’ di modificare il decreto e di esprimere un parere favorevole con la formula del silenzio assenso.
Cordiali saluti.
IL PRESIDENTE NAZIONALE
Prof. Tommaso Daniele

Alleg. 1

LETTERA APERTA AI PARLAMENTARI

OGGETTO: Legge di stabilita’ 2014 - Richiesta di intervento.

Gentilissimo Senatore, Gentilissimo Onorevole,

sono Tommaso DANIELE, Presidente Nazionale dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti Onlus, un universo di circa due milioni di persone con disabilita’ visiva.
Le ultime elezioni di febbraio hanno cambiato profondamente la fisionomia del nostro Parlamento; ritengo, quindi, opportuno presentare brevemente l’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti soprattutto ai senatori e deputati neo eletti e rappresentare alcune urgenze dei ciechi e degli ipovedenti che, se non soddisfatte nel breve termine, possono determinare la loro esclusione sociale in un periodo in cui l’Europa, nell’anno europeo del cittadino, propone una idea nuova di cittadinanza fondata sulla partecipazione democratica e la coesione sociale.
La nostra Associazione ha salutato con gioia l’avvento di un nuovo Parlamento al quale desidera affidare la soluzione dei alcuni urgenti problemi.
Le ricordo che la nostra organizzazione e’ vigilata dal Ministero degli Interni, dalla Presidenza del Consiglio, dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e dal Ministero dei Beni Culturali ed, inoltre, e’ assoggettata al controllo della Corte dei Conti.
Sottolineo, altresi’, che l’Unione e’ beneficiaria di alcuni contributi statali, per l’erogazione di servizi ai ciechi ed agli ipovedenti in supplenza dello Stato e delle altre pubbliche amministrazioni che non sono in grado di erogarli, contributi che hanno sofferto di drastici tagli e perduto il loro potere di acquisto perche’ risalgono a piu’ di quindici anni fa, vale a dire: Legge 282/1998 (capitolo 3631/03 Ministero Beni Culturali) contributo a favore del Centro Nazionale del Libro Parlato decurtato del 50%; Legge 24/1996 (capitolo 2316/2 Ministero Interno) contributo compensativo destinato ai servizi dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti decurtato del 98%; Legge 379/1993 (capitolo 2316/1 Ministero Interno) contributo concesso all’Unione ma destinato a due istituti di ricerca, formazione e riabilitazione professionale (I.Ri.Fo.R. e I.E.R.F.OP.) decurtato del 98%.
La prego vivamente di intervenire sul Ministro dell’Economia affinche’, in occasione delle prossima legge di stabilita’, ripristini per il 2014 e gli anni seguenti le somme originarie previste dalle leggi sopracitate. In caso contrario l’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti e gli Istituti di ricerca, di formazione e di riabilitazione si vedrebbero costretti a sospendere tutti i servizi con il conseguente licenziamento del personale ad essi addetto.
Faccio presente che il nostro tempo e’ caratterizzato dalla civilta’ delle immagini che per i ciechi costituiscono un muro invalicabile, una nuova barriera che ci esclude dalla informazione, dalla cultura e da ogni altra attivita’ che richiede l’uso della vista.
Le nuove tecnologie, salutate dai ciechi e dagli ipovedenti come potenziale strumento di maggior autonomia ed indipendenza, in molti casi si sono rivelate, al contrario, strumento di esclusione sociale, perche’ attuate senza alcuna attenzione alle necessita’ ed alle peculiarita’ dei minorati della vista.
Ancora una volta l’inadempienza dello Stato e’ causa di emarginazione, tanto piu’ grave perche’ colpisce la parte piu’ debole dei suoi cittadini, non rispettando o non facendo rispettare leggi che esso stesso ha promulgato.
Sono infatti inaccessibili: la maggior parte dei siti internet pubblici o di pubblico interesse; il registro elettronico degli insegnanti; i libri elettronici; bancomat e postamat. Inoltre, l’accesso alla televisione ci e’ pressoche’ precluso: infatti le audio descrizioni dei programmi televisivi sono assolutamente carenti sia quantitativamente sia qualitativamente. Tutto cio’ in contrasto con lo spirito della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilita’, ratificata dal nostro Governo sin dal 2009.
Questi sono solo alcuni tra i piu’ eclatanti esempi di come l’introduzione della tecnologia, sta portando ad una nuova esclusione sociale.
Il ripristino dei contributi statali e’ fondamentale affinche’ la nostra Unione possa esercitare il diritto/dovere di rappresentanza e tutela degli interessi morali e materiali dei ciechi e degli ipovedenti e ridurre al minimo i danni attraverso l’attuazione di misure specifiche che consentano l’accesso all’istruzione, alla formazione professionale, all’impiego, alla prevenzione della cecita’, alla riabilitazione, alla informazione, alla cultura, allo sport al tempo libero ed ai beni culturali.
Nella speranza che vorra’ farsi carico del nostro problema, spiegando le nostre buone ragioni al Ministro dell’Economia, La saluto cordialmente.

IL PRESIDENTE NAZIONALE
Prof. Tommaso Daniele

Verbale light per gli invalidi

Italia Oggi del 17-07-2013

Verbale light per gli invalidi

Porta chiusa ad anamnesi, diagnosi e descrizioni
Verbale light per gli invalidi: niente anamnesi, né diagnosi e neppure la descrizione dell'esame obiettivo. Il garante della privacy con il provvedimento n. 331 del 4 luglio 2013 ha stabilito le regole per il rilascio della copia del verbale di invalidità da usare, per esempio, per richiedere il contrassegno per l'accesso alla Ztl o usufruire delle agevolazioni fiscali previste per l'acquisto di veicoli. Nel provvedimento, che ha carattere generale, si tratta di una norma del 2012 in materia di semplificazioni amministrative per le persone disabili. L'articolo 4 del decreto legge n. 5/2012 prevede in particolare, che le attestazioni medico legali, richieste per usufruire dei benefici previsti, possano essere sostituite dalla presentazione congiunta di una copia del verbale della commissione medica (recante in chiaro i dati sulla propria salute) e da una autocertificazione che ne attesti l'attualità del contenuto e la conformità all'originale. Consegnare al comune o al rivenditore di auto la copia integrale del verbale però, espone a una grave violazione della riservatezza perché sul documento sono presenti informazioni delicatissime sullo stato di salute (patologie, tipo di disabilità, informazioni riferite dal paziente), oltretutto non pertinenti e non indispensabili per ottenere i benefici Per questo il garante ha prescritto che, in questi casi, le commissioni mediche debbano rilasciare una copia del verbale priva di informazioni sanitarie. Si tratta, comunque, di informazioni superflue, che non servono per evadere la pratica amministrativa. Per la circolazione e la sosta dei veicoli a servizio di persone con capacità di deambulazione impedita, infatti, l'interessato deve presentare la certificazione medica sulla effettiva capacità di deambulazione impedita o sensibilmente ridotta, ma senza che sia prevista l'indicazione della diagnosi (art. 381, comma 3, dpr n. 495/1992). Anche per le agevolazioni fiscali relative ai veicoli previsti per le persone con disabilità, si richiede la certificazione dello stato di handicap grave, ma non l'indicazione della specifica patologia diagnosticata all'interessato. Quindi, al fine di consentire il ricorso alla semplificazione, il verbale non dovrà più contenere la descrizione dei dati anamnestici, l'esame obiettivo e la diagnosi della persona con disabilità. Il garante si è già espresso in materia con altro provvedimento del 21 marzo 2007, in cui sono state introdotte accorgimenti a tutela di chi presenta istanza per l'accertamento dell'invalidità civile. In particolare, è stato prescritto alle aziende sanitarie locali di rilasciare le certificazioni che attestano il riconoscimento dell'invalidità civile per l'iscrizione alle liste del collocamento obbligatorio o per la richiesta di esenzione dalle tasse scolastiche e universitarie senza indicare i dati personali relativi alla diagnosi dell'interessato. Grande fratello su internet. Stop alla profilazione mediante monitoraggio della navigazione internet, all'insaputa degli interessati. Il garante della privacy ha bloccato una società di telecomunicazioni, che intendeva procedere ad analizzare le risultanze degli accessi in rete, con un programma che avrebbe consentito l'identificazione dei soggetti analizzati. Anche la pubblicità comportamentale (targeted advertising) incontra i limiti della tutela della riservatezza. Nel caso specifico la società fornitrice del servizio di connessione ha chiesto preventivamente al garante a di poter analizzare il comportamento online dei navigatori, senza aver acquisito il loro consenso, al fine di proporre pubblicità mirate. Secondo la società sarebbe sufficiente garanzia il fatto che i dati personali dei singoli utenti, prima di essere utilizzati venivano resi anonimi, e solo in seguito analizzati. Nell'istruttoria il garante ha, però, accertato che il processo di anonimizzazione era reversibile, tanto che i servizi di profilazione svolti dalla società telefonica avrebbero potuto consentire di proporre all'utente offerte calibrate proprio sulla sua vita online. Il garante ha, quindi, vietato l'attivazione del progetto, da realizzare solo con la preventiva acquisizione dello specifico consenso degli utenti Tv interattiva. Via libera, condizionato, del garante ad un sistema di analisi attività dei clienti dei servizi di Tv interattiva. Una società ha chiesto la verifica preliminare al garante per poter analizzare, con il consenso degli interessati , i dati trasmessi sul «canale di ritorno», e cioè la connessione che consente all'utente di interagire con la piattaforma Tv per accedere a programmi, scrivere messaggi o commenti, configurare specifiche funzionalità e servizi. Il semaforo verde del garante è condizionato ad alcuni accorgimenti. L'analisi dei dati, ad esempio, non potrà scendere a livelli di dettaglio eccessivi, ma dovrà limitarsi a creare gruppi di profilazione basati su macrocategorie di consumo (per esempio film d'azione, commedie) e con un periodo di analisi non inferiore alla settimana. I dati sensibili, come i gusti sessuali o gli orientamenti politici del cliente, potranno essere usati solo se strettamente connessi a uno specifico bene o prodotto richiesto dall'utente e comunque solo dopo aver ottenuto il consenso scritto dell'interessato e la specifica autorizzazione del garante. La società, in questione, non potrà però incrociare i dati della Tv con quelli del servizio fonia dalla stessa fornito: la «profilazione incrociata» tra gli utenti telefonici e quelli televisivi sarebbe troppo invasiva.

di Antonio Ciccia

Gruppo sportivo g.s. non vedenti corrado daolio

Dall’iniziativa di alcuni componenti del circolo culturale mini club di viale Gramsci 273 Modena, nasce nel 1973, il gruppo sportivo dei non vedenti di Modena.

Gruppo sportivo g.s. non vedenti corrado daolio

Dal 1973 il gruppo sportivo non vedenti g.s. Corrado Daolio ha praticato le discipline più praticabili dai disabili visivi. Il nuoto, l’atletica leggera, il torbal, il ciclismo e lo sci.

I risultati negli anni sono stati entusiasmanti e ciò grazie ad un numero elevato di atleti e di collaboratori. Un esempio fondamentale è stato Corrado Daolio colui che con lo sci ha dato lustro al nostro gruppo. La sua dinamicità, la sua voglia di mettersi in gioco, hanno fatto si che dopo la sua prematura scomparsa si sia deciso di omaggiare quanto abbia fatto per lo sport della nostra categoria, dando il suo nome al gruppo sportivo.

Oggi il Gruppo promuove attività di nuoto, ginnastica dolce e atletica leggera. Gli appuntamenti fissi sono con il nuoto una sera alla settimana presso la piscina pergolesi a Modena e due sere la settimana in palestra con la professoressa Iotti Alessandra presso una scuola messa a disposizione dal comune. Gli orari e i giorni delle attività vengono comunicati agli iscritti nel mese di settembre.

Per partecipare alle attività sportive o per parlare con i responsabili del gruppo occorre contattare la segreteria della sezione u.i.c.i. di Modena al numero 059 30 00 12.

Gruppo sportivo g.s. non vedenti corrado daolio

Dall’iniziativa di alcuni componenti del circolo culturale mini club di viale Gramsci 273 Modena, nasce nel 1973, il gruppo sportivo dei non vedenti di Modena.
Gruppo sportivo g.s. non vedenti corrado daolio
Dal 1973 il gruppo sportivo non vedenti g.s. Corrado Daolio ha praticato le discipline più praticabili dai disabili visivi. Il nuoto, l’atletica leggera, il torbal, il ciclismo e lo sci. I risultati negli anni sono stati entusiasmanti cio grazie ad un numero elevato di atleti e di collaboratori. Un esempio fondamentale è stato Corrado Daolio colui che con lo sci ha dato lustro al nostro gruppo. La sua dinamicità, la sua voglia di mettersi in gioco, hanno fatto si che dopo la sua prematura scomparsa si sia deciso di omaggiare quanto abbia fatto per lo sport della nostra categoria, dando il suo nome al gruppo sportivo.
Oggi il Gruppo promuove attività di nuoto, ginnastica dolce e atletica leggera. Gli appuntamenti fissi sono con il nuoto una sera alla settimana presso la piscina pergolesi a Modena e due sere la settimana in palestra con la professoressa Iotti Alessandra presso una scuola messa a disposizione dal comune. Gli orari e i giorni delle attività vengono comunicati agli iscritti nel mese di settembre.
Per partecipare alle attività sportive o per parlare con i responsabili del gruppo occorre contattare la segreteria della sezione u.i.c.i. di Modena al numero 059 30 00 12.

Modena, arriva sosta facile

di CHIARA MASTRIA UN'APPLICAZIONE smartphone per pagare la sosta sui parcheggi a strisce blu: basta un clic e il ticket è già pagato.

Si chiama Sostafacile ed è l'ultimo arrivato dei pezzi del puzzle che compongono il piano Sosta.

Se non avete un telefono di ultima generazione nessun problema, funziona anche via sms.

I vantaggi? Si paga solo il tempo effettivo passato nel parcheggio.

Come funziona? Il primo passo è registrarsi online sul sito www.sostafacile.it, dopodiché si può accedere al servizio scaricando la app (per Apple e Android).

In questo modo si attiva automaticamente un borsellino virtuale', che si può caricare con carte di credito o contanti alle casse del Novi Park, e il gioco è fatto.

Un clic per far partire il countdown e un altro per bloccarlo: così se la sosta dura tre minuti, saranno solo quei tre a essere pagati.

Se il credito nel borsellino virtuale' finisce, il pagamento si interrompe.

E, per evitare di dimenticare la sosta attiva all'infinito, l'utente può richiedere l'invio di notifiche periodiche che ricordano lo stato del pagamento.

Neanche da dire, anche i controllori vengono attrezzati di conseguenza: basterà la targa dell'auto parcheggiata per controllare virtualmente' la sua situazione.

Nessuna preoccupazione per i meno votati alla tecnologia: il nuovo servizio si aggiunge al pagamento con monete, con tessere prepagate e a quello via web per abbonamenti e permessi, senza sostituire nulla di già esistente.

Un dettaglio che si aggiunge alla rivoluzione della sosta' capitanata da amministrazione comunale e passata attraverso Modena Parcheggi, sotto la quale si erge la montagna del Novi Park: a ormai un anno dalla nascita (l'inaugurazione il 21 luglio dell'anno scorso) è ancora lui il perno delle polemiche.

«Questa è solo una delle migliorie che abbiamo chiesto a Modena Parcheggi ha sottolineato l'assessore all'urbanistica Gabriele Giacobazzi, spostando l'attenzione proprio sul Novi Park , a cui bisogna aggiungere il miglioramento del servizio navetta e l'intervento a garanzia della ricezione dei telefoni cellulari nell'interrato del parcheggione».

NAVETTE NUOVE a metano che dovrebbero arrivare entro fine agosto, a detta del direttore operativo del Novi Park Luca Gianfreda: «E con il loro arrivo verrà aumentato il numero delle corse, che sarà circa ogni quattro minuti».

Non solo intensificazione del percorso, ma anche un nuovo tragitto, che porti dritto a piazza Roma: «La navetta passerà da corso Cavour, arriverà subito in piazza Roma e poi girerà su via Farini e via Emilia».

Un cucchiaino di zucchero per mandare giù il boccone pedonalizzazione'.

E un'ulteriore spinta al Novi Park, che registra un'affluenza ancora tiepida, a parte due picchi clamorosi legati a grandi eventi: «Durante la Notte bianca del 18 maggio i transiti sono stati 2.442, per il concerto di Radio Bruno di mercoledì sera 1299», spiega Gianfreda.

In questa prima tranche dell'anno 2013, il minimo di affluenze mensili si è registrato in febbraio, con 12mila e 424 transiti, mentre il picco massimo in maggio, con 19mila 107 transiti.

Il Novi Park, lo ricordiamo, ha 2mila posti auto: di questi, 350 sono in vendita.

E anche qui la situazione è tiepida: «Ad oggi siamo fermi a 70 box acquistati», va avanti Gianfreda.

Ma da settembre, promette, partirà una nuova sicuramente molto accattivante campagna di promozione.

Altro dettaglio non indifferente, è in arrivo la semplificazione delle procedure per chi deve entrare in Ztl per accompagnare a casa una donna.

Già oggi si può comunicare la targa dell'accompagnatore per telefono (059/20314), da settembre basterà un semplice sms.

SASSUOLO - Sindacati uniti:«Gigetto”, noalla soppressione della linea.»

SASSUOLO I SINDACATI uniti, Cgil, Cisl e Uil di Modena, dicono la loro sulla possibilità che a breve possa essere decisa la soppressione della linea ferroviaria Modena Sassuolo.

«Si sta parlando di una infrastruttura e di un servizio frutto di scelte che dovevano rispondere al diritto dei cittadini di avere una mobilità pubblica compatibile ecologicamente, sostenibile economicamente ed efficiente, finanziata da ingenti investimenti pubblici.

Si parla della terza linea regionale per numero di utenti trasportati, dell'unica linea totalmente elettrificata.

Sulla linea lavorano decine di lavoratori tra personale viaggiante, addetti alla circolazione, alla manutenzione linea, manutenzione materiale rotabile e impiegati.

Bisogna avviare rapidamente un confronto con Amo e la proprietà per avere risposte adeguate e rassicurazioni in merito sulla prosecuzione del servizio, che deve essere efficiente e garantire un trasporto pubblico adeguato ai bisogni dell'utenza», concludono dai sindacati.

Inviato da iPhon

Sanità, lo scandalo dei prezzi di protesi e ausili. Quando lo Stato paga più del privato

Disagi e frustrazioni per gli utenti. Truffe e spreco di denaro pubblico. Distorsione del mercato. Mortificazione della ricerca tecnologica. Crisi delle aziende fino alla cassa integrazione o al fallimento. Può sembrare incredibile: questa lunga serie di costi sociali nasce da un volumetto. Potete trovarlo in qualsiasi negozio di articoli sanitari ed elettromedicali. Parliamo del ‘Nomenclatore tariffario per protesi e ausili’: centinaia di pagine, una lunga lista di codici e prezzi, insomma un prontuario. Questo prontuario elenca quali strumenti – dalle carrozzine, alle stampelle, passando per ginocchi artificiali e protesi di ogni tipo – ciascun disabile può (e deve) ottenere gratuitamente dallo Stato. Siamo quindi all’interno dei Lea – Livelli essenziali di assistenza – e cioè i servizi e le prestazioni che il Servizio sanitario nazionale eroga gratis o con il pagamento di un ticket. I Lea sono il cuore pulsante del nostro sistema sanitario. E questo “prontuario” è il sintomo del suo infarto.

Uno scandalo lungo 14 anni
Dietro questo “listino” di protesi e ausili, infatti, si stratifica una drammatica serie di anomalie e soprusi. Partiamo dall’anomalia principale: il ‘Nomenclatore tariffario per le protesi’ è stato varato nel 1999. C’era l’allora ministro della Sanità, Rosi Bindi (centrosinistra). Doveva essere un elenco provvisorio: è vigente da 14 anni. Non è mai stato aggiornato.

La legge prevede un aggiornamento ogni due anni. Il motivo è semplice: la tecnologia avanza, migliora la qualità di protesi e ausili, quindi è necessario che il “prontuario” sia adeguato ai tempi, per fornire ai disabili le migliori condizioni possibili. Non solo. Cambia la tecnologia, mutano anche i prezzi, che in alcuni casi diminuiscono e in altri aumentano: l’aggiornamento del prontuario – va da sé – è indispensabile anche per il mercato: sia per i fornitori che vendono, sia per il servizio pubblico che acquista, sia per gli imprenditori che producono. E invece niente: da 14 anni, i prezzi sono rimasti sostanzialmente gli stessi. E vedremo quali danni ha prodotto, quest’inerzia, nell’economia.

Una truffa legalizzata
Seconda anomalia: il suo funzionamento. Il nomenclatore prevede solo codici e caratteristiche. Vediamo come funziona: se ho bisogno di una carrozzina, la legge prevede che lo Stato me ne fornisca una. È una spesa pubblica: non devo pagare. Mi presento dal rivenditore e, dal prontuario, scelgo il modello “x”: se ha le caratteristiche previste per il mio caso, la prendo, e il servizio sanitario paga per me. Il rivenditore cosa fa? Addebita il costo al Servizio sanitario nazionale. Ma in che modo? Attenzione: non segnala il modello e la marca della carrozzina che ho appena comprato. No. Segnala il codice e il prezzo segnato sul prontuario. Un codice generico. Una cifra precisa. Una cifra che, però, non è legata alla carrozzina che io ho acquistato, ma al codice presente sul prontuario. Non importa quale modello io abbia preso. Non importa quanto costi effettivamente al rivenditore, come dimostra il video de ilfattoquotidiano.it. Importa solo che la carrozzina corrisponda a quel codice. Ed ecco il risultato: molte carrozzine pieghevoli, corrispondenti allo stesso codice, nel 1999 erano valutate con una tariffa di circa 420 euro, ma oggi costano appena 158 euro. Se le compra un privato, il negozio di articoli sanitari, le vende a 158 euro. Se le compra la Asl, invece, paga 420 euro. Alla carrozzina aggiungiamo il montascale: alla Asl costa 3.718 euro, se lo acquisto in negozio, però, lo pago 2.500 euro.

L’aggiornamento del tariffario, per il comparto di massa, quello che comprende carrozzine e montascale, consentirebbe un risparmio enorme: “Un ribasso del 70 per cento per molti ausili”, dice Maria Teresa Agati, presidente autorevole del Centro studi e ricerca per persone disabili di Federvarie – Confindustria. Insomma: uno spreco. Anzi: una sorta di truffa legalizzata. E a legalizzarla è la norma. O meglio: il suo mancato aggiornamento. Eppure, di occasioni, ne abbiamo avute.

Il gioco dell’oca
L’ultima occasione è sfumata appena due settimane fa: il 31 maggio. Il decreto dell’ex ministro della Salute, Renato Balduzzi, approvato nell’ottobre 2012, adeguava il nomenclatore, che andava aggiornato entro il 31 maggio. Il nuovo governo ha ignorato la scadenza. E tutto resta come prima. Come vedremo, non è la prima volta, anzi: questa è la terza anomalia. Un decreto analogo fu emanato nel 2008 dall’ex ministro Livia Turco (Pd): fu approvato e mai applicato. Peggio: “Fu revocato dal governo Berlusconi”, dice la Turco a ilfattoquotidiano.it.

La vera anomalia, però, sta in questa sorta d’incantesimo: il decreto che aggiorna il nomenclatore tariffario, come per destino, viene emanato sempre a fine legislatura. È come se il governo in carica lo scaricasse su quello successivo. Che puntualmente lo ignora. Lasciando tutto come prima. È accaduto con il decreto Turco. È accaduto con il decreto Balduzzi. E in questo gioco dell’oca, in realtà, la pedina resta sempre ferma al punto di partenza: il 1999. E la pedina, in questo caso, purtroppo è un disabile.

“Stato d’illegalità”
Se un disabile ha bisogno di una protesi, mettiamo per l’amputazione di una gamba, il Servizio sanitario nazionale gli fornisce un codice che è stato previsto nel 1999 e mai più aggiornato. A quel codice corrisponde una tecnologia altrettanto obsoleta. Quel tipo di protesi, con materiali magari più pesanti, o componenti superate, potrebbe persino non essere più in commercio. “Il nuovo nomenclatore – dice Maria Antonietta Farina Coscioni, già deputata radicale e presidente onorario dell’associazione Luca Coscioni – avrebbe dovuto eliminare le protesi “vecchie”, quelle tecnologicamente obsolete, per sostituirle con quelle nuove e adeguate. Ma ci hanno illusi ancora una volta. Ci troviamo in uno stato d’illegalità: il decreto Balduzzi è stato già convertito in legge, teoricamente è in vigore, ma nei fatti, i malati che ricorrono ai Lea e al nomenclatore, devono ancora rifarsi al 1999”.

Autonomia, indipendenza, relazione
Il 1999 è anche l’anno in cui, per la prima volta, l’Italia tenta un censimento della disabilità nel Paese. Un censimento molto difficile da realizzare, come sottolinea lo stesso Istat, il cui ultimo studio risale al 2005. L’Istat spiega che è preferibile abbandonare l’ipotesi di un vero e proprio censimento: meglio unire “varie fonti informative”.

Quanti sono i disabili in Italia? Ma soprattutto: chi è il disabile?
Il disabile è una persona che presenta gravi difficoltà nel movimento, nelle funzioni quotidiane e nella comunicazione, sia con la vista, sia con l’udito, sia con la parola. L’Organizzazione mondiale della Sanità – nel 2001 – ha precisato che la disabilità è “la conseguenza o il risultato di una complessa relazione”: quella tra la “condizione di salute di un individuo” e “i fattori personali e ambientali in cui vive”. Il solo esempio del nomenclatore tariffario dimostra in quali condizioni ambientali, in Italia, sia costretto a vivere un disabile e il suo nucleo familiare. “La figura del disabile – dice Farina Coscioni – è vista come una figura da assistere. Non si comprende che si tratta d’una menomazione fisica, ma non psichica: gli ausili giusti consentono di vivere autonomamente. Consentono un processo di vita indipendente”.

Gli ausili giusti, però, sono sempre più spesso a spese del disabile. Quelli obsoleti – a patto di trovarli ancora in commercio – sono invece forniti dal Servizio sanitario nazionale. Risultato: una frustrazione diffusa. Che riguarda milioni di persone. Il 12 giugno, famiglie e malati si sono presentati per l’ennesimo sit-in davanti al ministero dell’Economia a Roma. “Vogliamo sapere dove sono i fondi promessi per l’assistenza – spiegano dall’associazione 16 novembre – e vogliamo capire quanto dobbiamo essere ancora presi in giro sul nomenclatore tariffario”.

Una comunità di 6 milioni di persone
Le persone con disabilità in Italia, nel 2004, erano due milioni e 600 mila: il 4,8 per cento della popolazione. Oggi – secondo il sito della Regione Liguria – siamo giunti a 2 milioni 824 mila persone: 960 mila uomini, 1 milione 864 mila donne. Una stima al ribasso: riguarda soltanto chi soffre, per almeno una funzione essenziale della vita quotidiana, la totale mancanza di autonomia. Se dalla “totale mancanza di autonomia”, passiamo a “un’apprezzabile difficoltà”, la comunità dei disabili sale a 6 milioni 980mila persone: il 13% della popolazione. A queste cifre bisogna aggiungere le difficoltà che coinvolgono i loro nuclei familiari. E il dato diventa evidente: il mancato aggiornamento del nomenclatore tariffario è un’ingiustizia che tocca una larga fetta della popolazione. Una fetta molto debole, però, visto che quasi la metà ha più di ottant’anni. Passiamo ai bambini: circa 130mila in età scolare, 78mila nella scuola primaria, 61mila nella scuola secondaria. Tra il 12 e il 20 per cento di questi studenti non è autonomo nel muoversi all’interno dell’edificio scolastico, nel mangiare, nel recarsi al bagno da solo. Ogni ausilio, ogni protesi, è necessario a crescere e inserirsi nella vita sociale. Milioni di utenti, migliaia di imprese, decine di migliaia di dipendenti: siamo dinanzi a un giro d’affari milionario.

Un affare da 1,9 mld di euro (pubblici)
L’ex ministro Balduzzi, in carica fino a pochi mesi fa, ha quantificato in circa 1,9 miliardi l’attuale spesa pubblica in protesi e ausili. L’ex senatore Giuseppe Caforio (Idv), imprenditore pugliese del ramo protesi e ausili e per anni presidente della Fioto (federazione italiana operatori tecnica ortopedica), racconta che – solo nel ramo delle protesi ortopediche – esistono un migliaio di aziende. Circa duecento, aggiunge, sono in grado di produrre o assemblare protesi, mentre le altre si limitano alla vendita. L’ammontare effettivo dell’affare protesi e ausili, però, nessuno è in grado di quantificarlo con certezza. “Nessuno sa quanto spende lo Stato per la protesica”, spiega Agati. “Questa stima non esiste – conclude – perché sono dati gestiti separatamente dalle Asl regionali”. Le Asl in Italia sono centinaia e ciascuna di esse elenca decine di fornitori: una giungla inestricabile. In questa giungla il disabile si muove con il nomenclatore in mano: cerca la soluzione migliore che lo Stato può offrirgli. Una soluzione vecchia di 14 anni. Ed è proprio in questa giungla, dove l’unica bussola è il nomenclatore tariffario, che si annidano i disservizi, gli sprechi, e le truffe.

Tre ginocchi e una gamba
“Partiamo da una premessa – dice Caforio – i prezzi risalgono al 1999 e, di fatto, è come se ragionassimo ancora in lire. È aumentato il costo del lavoro, delle materie prime, dei singoli componenti delle protesi: dal 1999 a oggi, nel mio settore, le spese sono aumentate mentre i guadagni, quando ci paga il servizio pubblico, sono rimasti gli stessi. E quindi è come se lo Stato ci dicesse: se vuoi che la tua azienda resti in piedi, devi truffare”. E il nomenclatore, tra le sue pieghe, nasconde tanti modi per truffare. “Non è il mio caso – continua l’ex senatore – ma c’è chi, per sopravvivere o perché è disonesto, a volte truffa”. In che modo? “Semplice. Si stila un preventivo: c’è il codice che prevede la protesi “x”, alla quale, perché sia funzionale, è necessario aggiungere altri componenti. Immaginiamo che la protesi “x” sia quella standard. Immaginiamo che sia rigida: invece serve che sia pieghevole. Bisogna montare un’articolazione del ginocchio: può costare dai 200 ai 30mila euro. C’è chi ha preventivato, per la stessa protesi, ben 3 ginocchi”. Pagati dallo Stato. “ed è chiaro che, in una protesi, ci va un ginocchio solo”.
Alle truffe, agli sprechi e ai disservizi, bisogna aggiungere le “bizzarrie” del mercato. Il caso delle protesi acustiche è esemplare.

Quando l’Antitrust è sorda
Un sordo italiano, per sentirci meglio, paga il doppio di un sordo tedesco. Lo studio è stato realizzato dall’associazione Luca Coscioni – per la precisione da Alessia Turchi – che confrontando i prezzi del modello Extreme, marca Bernafon, ha fatto un’interessante scoperta: in Germania costa tra i 1.210 e i 1.510 euro, in Italia costa 2.300 euro. Il modello Sparx dell’azienda GNResound in Germania costa tra i 680 e gli 880 euro, in Italia ben 4.750 euro. Sei volte tanto. Due anni fa, l’associazione Luca Coscioni, dopo una serie di interrogazioni parlamentari firmate dall’ex deputato radicale Marco Cappato, presentò un esposto al nostro Antitrust. Pratica archiviata. L’Antitrust non ha riscontrato alcuna irregolarità. Scrive l’associazione Luca Coscioni che “in Italia sono presenti quasi 60.000 sordi e 11.600.000 anziani over 65” e per loro, il rimborso fornito dalla Asl, in caso di sordità grave, è di appena “700 euro per protesi”. Il resto della cifra, insomma, bisogna sborsarlo da sé. Chi non può permettersi le protesi acustiche più avanzate, con prezzi persino superiori al resto d’Europa, dovrà accontentarsi di modelli meno efficienti. E questo vale per chiunque. E per qualsiasi protesi.

Di tasca propria
“Chi non può permettersi l’ausilio giusto – dice Farina Coscioni – non può vivere una vita dignitosa”. Suo marito Luca è stato tra i leader dei Radicali, morto a 39 anni a causa della Sla. “Luca poteva parlare solo attraverso un apparecchio di sintesi vocale: l’ha pagata di tasca propria. La sua carrozzina – volevamo gli permettesse un movimento più corretto o entrasse in spazi più ridotti – non era prevista dal nomenclatore: anche in quel caso, la differenza, è stata a carico del disabile. E ancora oggi le sintesi vocali non sono per tutti. C’è stato un provvedimento ad hoc, dell’ex ministro Livia Turco, ma tutti i ministri arrivati dopo ci hanno illusi: sono intervenuti con micro provvedimenti. Il risultato è che il disabile non è integrato”.
Le tasche dei disabili sono spesso vuote: le pensioni d’invalidità civile – fonte Inail – variano dai 196 ai 495 euro al mese, con la punta di 846 euro per l’accompagnamento, nel caso dei ciechi assoluti. Bastano queste cifre a descrivere la discriminazione tra un disabile povero e uno più ricco.

Guido Furlanetto ha 43 anni, trevigiano, vive con una protesi da quando, circa trent’anni fa, gli hanno amputato un piede. Non ha problemi economici, per sua fortuna, e ci spiega come si organizza e come funziona il mercato: “La protesi per il mio piede costa 2.600 euro. Il suo costo di produzione, invece, si aggira intorno ai 200 euro”. Lo Stato quanto lo rimborsa? “Per un caso come il mio, lo Stato eroga 2400 euro ogni 4 anni, ma ci sono pezzi che vanno aggiunti sulla protesi, per esempio una specie di guaina, che ha un costo di produzione di 80 euro e io pago 800/900 euro. In media, per migliorare la qualità della mia vita, spendo dai 12 ai 15mila euro l’anno. Ormai non passo neanche più dalla Asl”.
Guido può permetterselo. Altri no. E comunque resta un fatto: la qualità si paga di tasca propria. C’è poi una terza via: una sorta di mercato nero.

Il mercato nero
“C’è un mercato clandestino – dice Furlanetto – dove una protesi da 20mila euro la trovi a 8mila: è gestito soprattutto a Napoli”. Ed ecco come funziona. “La legge prevede che acquisti la protesi in una sanitaria o un istituto ortopedico: non hai alternativa. Al mercato nero ho una diminuzione di costo: un ginocchio elettronico mi costa in media 26 mila euro. Al mercato nero, o cinese, lo trovi a 8mila. Teoricamente, dovrebbe acquistarlo l’istituto ortopedico, e poi vendertelo. Lo acquisti da privato e senza fattura, in contanti, e soprattutto senza alcuna assicurazione. Però: se riescono a produrlo, a vendertelo a 8mila euro, e a guadagnarci pure su, pensa quali sono i margini di guadagno quando lo vendono a 25mila euro”.

E quindi il disabile, tra tariffe inadeguate e prodotti obsoleti, si trova dinanzi a un bivio. O accetta la protesi e l’ausilio del secolo scorso, rimborsato dal servizio sanitario nazionale, oppure ne acquista una tecnologicamente avanzata. Ma a spese proprie. Poi c’è la terza strada: il mercato nero. E tutto questo avviene perché, in 14 anni, nessun governo è stato in grado di emanare un decreto che aggiornasse il nomenclatore tariffario. Eppure tutti – Stato, utenti, rivenditori, produttori – sono d’accordo: l’adeguamento è necessario. Ma allora: perché nessuno chiude la partita?

“Colpa di Berlusconi”
“Noi la riforma l’avevamo fatta nel 2008”, dice l’ex ministro Turco. “Il decreto fu pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Poi il governo Berlusconi l’ha revocato. Sosteneva che costasse troppo. Non era un decreto che faceva risparmiare: prevedeva una serie di ausili dei quali i disabili sono privi”. E infatti la ragioneria dello Stato, sul decreto firmato dalla Turco, aveva espresso delle perplessità: “I Lea, per come li avevamo riformati, secondo la Ragioneria dello Stato erano troppo costosi. Ma il decreto non fu bloccato: fu pubblicato”. A fine legislatura. “Sì, ma i soldi per la Sanità, con il governo Prodi, li avevamo trovati. Le associazioni che in questi giorni protestano hanno tutta la mia solidarietà: è uno scandalo”. Bene, ora che il Pd è al governo con il Pdl, prende l’impegno di riformare Lea e nomenclatore tariffario? “Lo chieda al responsabile sanità del Pd”. Ma lei è nel Pd. “Per me era già fatto. È stato il centrodestra che l’ha revocato”. La Turco rivela un dettaglio importante: “Fu un tavolo di lavoro straordinario. Certo, c’era chi ostacolava, come il senatore Idv Giuseppe Caforio, che remava contro”. Ma come: proprio il senatore Caforio che, dal canto suo, ha sempre rivendicato questa battaglia? La Turco non è la prima a puntare il dito sul senatore Idv. Anche Alberto Tedesco, ex parlamentare Pd ed ex assessore alla Sanità nella Giunta Vendola, oggi imputato e indagato in vari procedimenti, qualche mese fa s’è scagliato proprio contro Caforio.

Il governo Prodi poteva scivolare su una carrozzina
La ricostruzione di Tedesco, resa in Senato l’11 aprile 2012, si riferisce proprio al decreto firmato dalla Turco. Per la precisione, però, riguarda l’aumento delle tariffe – pari al 9 per cento – che avrebbe agevolato gli imprenditori come Caforio. Prima che il decreto diventasse operativo, infatti, le aziende di ausili protesici corsero a battere cassa alle Regioni, chiedendo che l’aumento diventasse operativo immediatamente. Tedesco, però, all’epoca assessore regionale, rispose picche: “Mi fu chiesto di ricevere una delegazione di produttori protesici, nella quale credo di ricordare anche Caforio, che venne a chiedermi con forza che anche la Puglia – come altre regioni – applicasse l’aumento. Risposi che avremmo applicato l’aumento soltanto quando fosse divenuto legge”. Qui la ricostruzione di Tedesco diverge con quella della Turco: “Il governo Prodi fece decadere i termini per l’approvazione del decreto, che non fu mai convertito in legge”. Secondo Tedesco, quindi, non fu solo colpa del governo Berlusconi: il governo Prodi fece decadere i termini. Ma andiamo avanti: “Questa mia posizione determinò una forte reazione di Caforio”, continua Tedesco, che aggiunge: “Fui convocato un pomeriggio dal presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, che – senza specificare l’interlocutore – mi disse che aveva ricevuto delle pressioni da Roma affinché la Puglia si adeguasse agli aumenti”. Che tipo di pressioni? “Qualcuno aveva minacciato di far cadere il numero legale in Senato, dove la maggioranza era risicatissima, mi pare di soli due voti”. Il riferimento a Caforio è talmente evidente che, quest’ultimo, ha querelato Tedesco. E allora sentiamo come commenta l’ex senatore Idv.

L’uomo da 5 milioni di euro
“Lei sta parlando con uno che ha rifiutato 5 milioni per passare con il centrodestra. Si figuri se andavo a ricattare Prodi come dice Tedesco”. La Turco, invece, dice che lei remava contro il suo decreto. “Non ho mai creduto che la Turco volesse riformare il nomenclatore. Altrimenti la riforma sarebbe andata in porto. Non mi sono scontrato con lei, ma con i suoi funzionari, che stravolgevano il senso del nomenclatore. Non avevano alcuna idea di cosa siano l’assistenza e l’officina ortopedica. Non parliamo di un negozio d’articoli sanitari: la produzione e l’assistenza sono ben altro”. Quella riforma, però, era almeno un passo avanti. “Non è vero: il nomenclatore non era neanche stato messo a punto. Era solo un repertorio di prodotti, un’elencazione pensata in modo standard, un peggioramento per gli operatori e per gli utenti”. Il senatore Caforio boccia senz’appello il decreto Turco. Con il decreto Balduzzi come s’è regolato? “Ero all’opposizione”. Quindi? “Ho votato contro: Balduzzi non ha avviato trattative con il settore dei tecnici ortopedici. Il nomenclatore non può essere un gesto unilaterale del ministero”.

Bla, bla, bla
A questo punto c’è un solo fatto certo: la politica, in 14 anni, non ha risolto il problema. Con quali modalità, poi, giudicate voi: la Turco accusa Berlusconi di aver revocato il suo decreto; Tedesco sostiene, invece, che quel decreto fu lasciato decadere dallo stesso governo Prodi: quindi dalla stessa Turco; la Turco accusa il senatore Caforio di averla ostacolata; Caforio accusa la Turco di aver bluffato; Tedesco dice che Caforio minacciava di far cadere il governo Prodi se la Regione Puglia non avesse adottato gli aumenti; Caforio lo smentisce e querela. Vediamo, allora, che ne pensa l’ex ministro Balduzzi.

400 milioni di euro cercansi
La verità è che i soldi non ci sono. Anzi: ci sono. “La mia riforma era prevista entro la fine di maggio”, spiega Balduzzi, “ma io ho rassegnato prima l’incarico. Avevamo fatto una stima dei nuovi ausili e delle nuove protesi: erano necessari 400 milioni di euro. È questo il motivo della battuta d’arresto: reperire i 400 milioni”. Una possibilità, spiega Balduzzi, in realtà esiste: “Il contenimento degli acquisti in Sanità, la spending review avviata dal governo Monti, secondo la Corte dei conti ha portato risultati superiori a quelli immaginati: si potrebbe attingere da questi risparmi”. Si potrebbe: a patto di scrivere un nuovo decreto e ricominciare daccapo. Ma nel frattempo, in questi 14 anni, cos’è accaduto al mercato e alle aziende? Il costo sociale di questo ritardo – senza contare il disservizio patito dai disabili – è già superiore ai 400 milioni necessari per riformare il nomenclatore. Abbiamo provato a contattare anche il neo-ministro alla Salute, Beatrice Lorenzin (Pdl), ma non ha voluto rispondere sul tema.

Il ruolo delle multinazionali
A livello mondiale – e stiamo parlando del solo settore protesi ortopediche – il mercato è dominato da un paio di compagnie multinazionali. Sono loro a imporre il prezzo della componentistica. Non sono tenute a considerare le tariffe del nomenclatore italiano. I loro prezzi sono spesso altissimi. Anche se alcuni prodotti, con l’avvento del mercato cinese, oggi costano meno. “Le aziende che sviluppano e costruiscono questi arti – spiega Furlanetto – comprano i pezzi e li assemblano. I pezzi, però, costano talmente tanto che le aziende sono in sofferenza. Due grosse società multinazionali, una olandese e una tedesca, fanno ormai il bello e il cattivo tempo. In sintesi: o vai da loro, o non vai da nessuno, se poi consideri che le aziende lavorano con il nomenclatore bloccato da anni, diventa chiaro che il loro bilancio è negativo”. “Queste multinazionali – spiega Caforio – hanno iniziato a comprare aziende italiane. Un giorno potremo essere soggetti a loro: magari lavoreranno in perdita, per i primi anni, per conquistare il mercato, per poi imporsi senza che riusciamo a porre rimedio. E di questo passo saranno in tanti a dover vendere la propria azienda: la crisi che patiamo per il nomenclatore, più la crisi generalizzata, ci sta mettendo tutti in serie difficoltà”. Nelle aziende di casa Caforio circa 70 operai sono da tempo in cassa integrazione. E non si tratta di un caso isolato.

Il caso Rizzoli
Nata nel 1896, 170 dipendenti, 20 filiali in tutta Italia e brevetti di alta tecnologia, come il ginocchio e la caviglia elettronica: orgoglio della laboriosa Bologna, eccellenza di livello europeo, la officine Rizzoli è fallita il 24 gennaio scorso. Eppure è ancora un’azienda eccellente. Infatti continua a produrre: “È vero che la società era insolvente e quindi andava dichiarata fallita – spiega il curatore fallimentare Marco Zanzi – ma è altrettanto vero che si tratta di un’azienda eccellente, con prodotti validi, che può ancora stare sul mercato. Per questo il Tribunale ha autorizzato la continuazione dell’attività: per non liquidare l’azienda e realizzare la sua vendita unitaria”. Ma se può stare sul mercato, allora, perché è fallita? “Per tre cause: il ritardo dei pagamenti da parte del servizio Sanitario nazionale, i debiti con le banche, l’inadeguatezza del nomenclatore tariffario”.

Proprio così: la mancata riforma del nomenclatore tariffario è tra le cause principali del fallimento Rizzoli. Perché? “Ha inciso con una grave riduzione dei margini di guadagno, quindi con una riduzione della redditività aziendale, che è una delle cause che hanno determinato l’insolvenza”. In sostanza: a causa del nomenclatore tariffario, la Rizzoli ha guadagnato meno. Guadagnando meno, non ha potuto pagare i debiti con le banche. Non pagando i debito con le banche, è fallita. Ora si punta alla vendita.

Cannibalizzate le eccellenze italiane
La prima asta per l’acquisto della Rizzoli è andata deserta: “Il 23 aprile – dice Zanzi – non ha partecipato nessun offerente. Ci sono altri contatti: è probabile che al prossimo tentativo partecipino società estere”. Tra queste, la Otto Bock, una delle multinazionali più potenti nel mercato mondiale. E quindi, il mancato adeguamento del nomenclatore tariffario, che costerebbe oggi 400 milioni di euro, di fatto ci sta già costando parecchio. Basti pensare al solo caso Rizzoli: lo Stato paga la Cassa integrazione per 170 operai e l’azienda rischia di finire nelle mani di una multinazionale che, già ora, è in grado di condizionare sia il mercato italiano, sia la nostra spesa sanitaria, con i suoi prodotti. E diventano ancora più amare le considerazioni di Guido Furlanetto.

Posso fare tutto quello che voglio
“Con i soldi che eroga lo Stato, potresti avere dei disabili in grado di fare tutto quello vogliono – afferma Furlanetto – o tutto quello che possono, quindi una società migliore di quella che abbiamo adesso. In questo momento sto montando degli ombrelloni. Me li sono montati da solo, anche se mi manca un piede, anche se sono un handicappato, io mi faccio i miei lavori”.

Ecco: quanto ci guadagneremmo se, invece di perdere 14 anni di occasioni per riformare un solo nomenclatore tariffario, lo Stato s’impegnasse a rendere autonomi e indipendenti milioni di disabili?

di Antonio Massari e David Perluigi, montaggio Gisella Ruccia

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Inviato da iPhon

Pagamento parcheggi on-line.

Arriva l'app che punta ad eliminare i parchimetri e permette di pagare con un click utilizzando i minuti reali di sosta. Accordo tra Modena Parcheggi e gli sviluppatori di Brav, che permette per ora di pagare anche a Reggio Emilia...

http://www.modenatoday.it/cronaca/sostafacile-pagamento-parcheggio-telef...

Indennità di mansione per centralinisti non vedenti – Legge n. 104/1992, art.

33, comma 6 – Parere Ragioneria Generale dello Stato

Si fa seguito alla circolare UICI n. 216 del 30.7.2012 per informare, con grande piacere, che la Ragioneria Generale dello Stato si e’ espressa positivamente in merito al diritto, in capo ad un centralinista telefonico non vedente, di percepire l’indennità di mansione durante il godimento dei permessi ex art. 33, comma 6, della legge n. 104/1992.
Il caso era nato dal mancato riconoscimento ad un nostro socio, in servizio presso una amministrazione comunale, dell’indennità di mansione di cui all’art. 9 della legge n. 113/1985, nei giorni di godimento dei permessi assistenziali per se stesso.
Come associazione storica di categoria, siamo intervenuti reiteratamente di fronte alle ferme resistenze del datore di lavoro, denunciandone il comportamento illegittimo, che contrastava con la ratio normativa a disciplina di tale indennittà e del diritto alla sua percezione (l’indennita’ di mansione e’ dovuta per ogni giornata di effettivo servizio svolto in quanto si tratta di un emolumento correlato alla menomazione e connesso <… alla maggiore gravosita’ della prestazione che consegue all’esistenza della cecita’>).
La posizione da noi sempre sostenuta e’ quella secondo cui i permessi presi dai lavoratori disabili gravi per se stessi sono equiparati alla presenza in servizio in termini di percezione di ogni indennita’ o emolumento nonche’ di ogni altro accessorio collegato alla presenza effettiva in attivita’ (differentemente da quanto avviene per coloro che richiedono i permessi per l’assistenza ad un familiare disabile grave, come previsto dall’art. 71 del decreto legge 112/2008, convertito, con modificazioni, nella legge 133/2008).
Dalla parte nostra, abbiamo cosi’ ottenuto i seguenti pareri d’autorita’:
* Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento della Funzione Pubblica, Servizio studi e consulenza trattamento del personale, nota 18.07.2012, Prot. n. 29458 (circolare n. 216/2012 ? all. 1). E’ stata confermata la specialita’ della norma a disciplina dell’indennita’ di mansione, contenente . Interrogato sulla questione, il Dipartimento della Funzione Pubblica si e’ limitato, pero’, ad esporre considerazioni generali, ribadendo il diritto alla percezione di tale emolumento da parte del personale non vedente che sia adibito e che effettivamente svolga le mansioni di centralinista; ne’ d’altra parte, si legge ancora, tale norma puo’ essere modificata in sede di contrattazione collettiva di comparto.

* Ministero dell’Economia e delle Finanze, Ragioneria Generale dello Stato, Ispettorato Generale per gli Ordinamenti del Personale e l’analisi dei Costi del Lavoro pubblico, UFFICO VII, nota 10.7.2013, n. MEF- RGS-Prot. 59207 (all. 2). Facendo riferimento al caso di specie, la Ragioneria dello Stato ha accolto le nostre argomentazioni, ribadendo chiaramente che . Conseguentemente, essendoci riconoscimento della retribuzione durante i periodi di fruizione dei permessi di cui all’art. 33, comma 6, della citata legge n. 104, il dipendente portatore di handicap nei giorni di godimento degli stessi e’ da ritenersi a tutti gli effetti in servizio, ancorche’ assente dalla sede di lavoro.

Tutto cio’ considerato, per noi dell’Unione questo e’ un successo.
Ci aspettiamo che situazioni similari, che vanno a ledere gli interessi morali e materiali dei soggetti disabili e a violare palesemente, da parte datoriale, le specifiche disposizioni impartite dal Legislatore, possano essere risolte nel migliore dei modi, ristabilendo nei confronti di tutti gli interessati uno status quo di diritto come centralinisti portatori di handicap visivo, titolari di determinate agevolazioni lavorative.
Come gia’ suggerito con circolare UICI n. 216 del 2012, invitiamo i nostri operatori telefonici non vedenti a controllare in busta paga la giusta percezione di detto emolumento; in caso di decurtazione durante i giorni di godimento dei permessi ex art. 33, occorre che presentiate, al datore di lavoro inottemperante, formale domanda di ripristino dell’indennita’ di mansione, con richiesta di recupero dei ratei maturati e non percepiti.
Tra la documentazione a supporto, il parere della Ragioneria Generale dello Stato di cui stiamo parlando ha un valore assoluto.
La resistenza del datore di lavoro e un eventuale ricorso alle vie legali comporterebbe un aggravio di spese per il datore di lavoro, essendo Voi dipendenti centralinisti non vedenti forti di numerose pronunce giurisprudenziali a favore (tra cui anche la sentenza del Tribunale di REGGIO CALABRIA n. 782 del 2005 nonche’ il parere del Consiglio di Stato n. 3389 del 2005).

Data l’importanza del dettato, si invitano le strutture in indirizzo a dare alla presente circolare la massima diffusione possibile.

Cordiali saluti.

IL PRESIDENTE NAZIONALE

Prof. Tommaso Daniele

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