Sognare anche quando sembra una follia

Sognare anche quando sembra una follia, di Katia Caravello
Autore: Katia Caravello
Da diversi anni il mondo sta attraversando una crisi economica senza precedenti; milioni di persone in Italia e non solo non sanno come arrivare alla fine del mese; le aziende continuano a chiudere o, quando va bene, a mettere i dipendenti in cassa integrazione; decine di piccoli imprenditori disperati trovano come unica soluzione la morte; i giovani che dovrebbero inserirsi nel mondo del lavoro non ci riescono.
In questo clima , che non è esagerato definire drammatico, i politici italiani ci hanno messo due mesi per dare un governo al Paese…e speriamo che, dopo tanta fatica, siano sufficientemente responsabili da mettere da parte gli interessi personali per cercare di risolvere i tanti problemi dell’Italia e, soprattutto, degli italiani.
Sperare in un futuro migliore è ritenuto un’utopia, impegnarsi perché le cose cambino una perdita di tempo.
Io, però, … non sono disposta a gettare la spugna, non sono disposta a smettere di sperare…e mi auguro che ci siano tante altre persone che la pensano come me!
In questo momento storico non possiamo permetterci il lusso di fermarci alla semplice recriminazione, è necessario mettersi in movimento per cercare di cambiare lo stato delle cose: restare immobili, aspettando che sia qualcun altro a farsi carico della lotta per la difesa dei nostri diritti, ci rende responsabili del peggioramento della qualità della nostra vita tanto quanto coloro che ne sono la causa.

Lo stesso clima di sconforto e di disillusione che riscontro nella società in generale, lo ritrovo anche all’interno della nostra associazione: molti non credono nella possibilità che in futuro la realtà associativa possa cambiare, non riescono neppure ad immaginare l’Unione che vorrebbero tanto è forte la convinzione che nessun desiderio si potrà mai realizzare.
Spesso ci si nasconde dietro al “Ma io cosa posso fare?”, restando in attesa che sia qualcun altro a prendere in mano la situazione, a farsi carico della reazione, della rivoluzione…del rinnovamento!
Ma non è questa la soluzione, non è una persona sola o un piccolo gruppo di persone che può fare la rivoluzione: perché le cose cambino veramente è necessaria la collaborazione di tutti, perché tutti possono essere d’aiuto, qualsiasi contributo, per piccolo che sia, è prezioso.
I primi che devono sentirsi in dovere di attivarsi nella battaglia per la difesa dei diritti delle persone cieche ed ipovedenti sono i giovani…! Sì, proprio quei giovani che, non solo all’interno dell’UICI, sono lontani dalla politica, che si preoccupano del proprio orticello e poco più, quei giovani che, invece di insistere perché sia data loro la possibilità di intestarsi la lotta per la difesa dei propri diritti, rimangono lì a guardare e, diciamo la verità, a far finta di scandalizzarsi perché da decenni sono le stesse persone a guidare l’Unione (e in generale il Paese, ma questa è un’altra storia).
Il futuro è il nostro ed è quindi nostro dovere affiancare coloro che hanno più esperienza al fine di apprendere quanto è necessario per essere all’altezza, un giorno, di prendere le redini e proseguire il lavoro iniziato da chi ci ha preceduto.

Sono convinta che se ci mettiamo tutti insieme, giovani e meno giovani, studenti e lavoratori, donne e uomini, qualcosa di buono e di importante si possa fare…bisogna solo crederci, crederci profondamente e, ovviamente, impegnarsi seriamente e tenacemente in ciò che si fa!
Per evitare che queste mie parole siano classificate come il vaneggiamento di una giovane donna ingenua e inesperta, vi propongo di seguito la lettura di un brano scritto da una persona molto più autorevole di me, che probabilmente almeno una volta negli ultimi 25 anni tutti avete sentito nominare, che a 83 anni è ancora capace di sognare…anche quando sembra una follia!
Sto parlando di don Antonio Mazzi, fondatore e presidente della Fondazione Exodus Onlus, che nel 1984 ha iniziato ad occuparsi del recupero e del reinserimento dei tossicodipendenti e che negli ultimi anni, ha iniziato a dedicarsi alla prevenzione del disagio, specie del disagio giovanile.
Io conosco e collaboro con Exodus da una decina d’anni ed una delle affermazioni che ho sempre sentito fare da don Antonio è che nella vita ci vuole un po’ di follia, perché essa rappresenta quella forza che ci spinge ad intraprendere le battaglie più difficili, quelle che comunemente vengono considerate delle battaglie perse.
Da quando faccio parte della famiglia di Exodus sono stata testimone diretta della realizzazione di idee che, al momento in cui sono state esposte per la prima volta, sembravano essere delle vere e proprie follie…eppure con tanto lavoro e tanta fatica i risultati sono stati raggiunti e i progetti realizzati! Era una follia, nei primi anni ’80, pensare di ripulire dalle siringhe utilizzate dagli eroinomani il Parco Lambro di Milano, perché potesse tornare ad essere un luogo frequentato da famiglie: ma è questo che, con tanta fatica ed impegno, è accaduto! Era una follia pensare di creare, a partire da una singola esperienza in Madagascar nel 2003, un’associazione che si occupi di progetti educativi all’estero…ma è questo che è accaduto nel giro di pochi anni: ora Educatori Senza Frontiere è presente in 6 Paesi del mondo (Angola, Brasile, Honduras, Madagascar, Ruanda, Ucraina)…e tutto ciò è stato possibile perché ci sono state, e ci sono ancora, delle persone che hanno creduto fortemente in questo progetto, che non si sono lasciate abbattere dalle difficoltà e che hanno saputo trasmettere questa passione a tanti giovani.
Ma c’è un’idea folle alla quale ho la gioia di assistere ogni anno, nei primi giorni di ottobre: si tratta del Capitolo di Exodus, l’incontro annuale di tutte le comunità presenti sull’intero territorio nazionale e di tutte le realtà nate all’interno della Fondazione (centri giovanili, cooperative sociali, Educatori Senza Frontiere). Parlo di follia riferendomi a questo evento perché in quest’occasione vengono riunite per 4 giorni centinaia di persone, la maggioranza delle quali è costituita da tossicodipendenti, ex terroristi, spacciatori ed anche persone condannate per omicidio, al fine di passare insieme 4 giorni nei quali incontrarsi, riflettere, divertirsi e…cantare! E vi posso assicurare che sentir cantare insieme 500 o più persone come se fosse un coro che prova insieme regolarmente da anni ed anni è un’emozione tanto indescrivibile quanto reale!

Ho scelto di proporvi la lettura di un pezzo che don Antonio ha scritto in occasione dei festeggiamenti per il suo 83esimo compleanno, con il quale egli esprime il desiderio di voler lasciare un segno del suo passaggio e chiede a noi operatori e volontari di Exodus di non disperdere il lavoro fatto in quasi 30 anni, ma anzi di impegnarsi per fare tanto altro.
Forse non è il brano più adatto per concludere questo articolo, ma queste parole mi hanno emozionato sin dalla prima volta che le ho udite, dalla voce dello stesso autore, , e in particolare mi ha colpito la capacità di sperare ancora, nonostante tutto, nonostante le tantissime difficoltà che in questi anni ha dovuto affrontare personalmente, nonostante le difficoltà dell’attuale momento storico e, non meno importante, nonostante l’età! Mi ha inoltre colpito l’impegno tenace che ci mette ancor oggi,anche se avrebbe tutto il diritto di passare la mano e non mettersi così faticosamente in gioco. Infine, secondo me,un altro messaggio importante di questo pezzo è costituito dal ruolo significativo che devono avere i giovani.
Ma ora basta, vi lascio alla lettura delle parole di don Antonio Mazzi con l’augurio che possiate emozionarvi così come mi emoziono io ogni qual volta le leggo.

VORREI LASCIARE…
Ti esprimo un desiderio.
Non grandi sogni, solo tracce del mio passaggio.
Vorrei lasciare una traccia, una presenza dentro al cuore delle persone che ho amato perché tutta la mia fatica e tutto il mio coraggio trovino compimento in altre anime, quelle che ho cercato di formare, quelle che ho perso per la strada, quelle che ho offeso, quelle che ho dimenticato, quelle che non ho apprezzato, quelle che mi hanno fatto arrabbiare, quelle che non ho stimato. Vorrei che tutto ciò in cui ho creduto avesse valore nel tempo e nel tempo si radicasse tanto da essere affidato al vento che ogni tanto torna a soffiare quando il cielo ha bisogno di aiuto.
Vorrei questo per le migliaia di figli: un vento nella strada fatta di me e di tutto ciò nel quale ho creduto.
Vorrei che le persone che incontrerò sapessero leggere nel cuore quella speranza che accompagna il sogno. Vorrei lasciare il sogno come segno. Vorrei non doverlo mai raccontare con le parole, vorrei che trasparisse dai pori della mia pelle, vorrei che si respirasse solo standomi vicino, vorrei far credere al sogno dei sogni, vorrei cantare il sogno con una melodia gregoriana, necessaria nei momenti nei quali si piegano le ginocchia per chiedere chiarezza, o in altri nei quali, davanti al camino con una tazza di te in mano si devono prendere le decisioni importanti della vita.
Vorrei rimanere nel tempo, con tutto ciò nel quale ho creduto e tutto quello per il quale ho lottato.
Vorrei essere capace di lasciare il mio testamento morale senza pretendere
che venga preso troppo sul serio. E poi, se devo pensare in grande, mi immagino un movimento di giovani che cammina, camminano come fanno gli africani scandendo il ritmo dell’esistenza e andando sempre alla ricerca di mondi, nuovi. Mi immagino educatori fatti così.
Tanti, non tantissimi, ma tanti ai quali il cammino permetterà l’incontro, che assaporeranno e respireranno il desiderio di non smettere mai di sperare anche davanti alla disperazione umana e alla povertà più nera; di chi saprà trovare, prima in sé e poi nell’altro, il bello e il buono per il quale vale la pena spendere le energie e la vita, di chi nella miseria sarà capace di trovare anche un solo talento, quel soldo di ferro capace di rigenerare il mondo. Mi immagino la mia fatica nell’incontro con le persone, nella trasmissione del messaggio, nel dialogo, nel tentativo del convincimento, nella capacità di credere nell’educazione come strumento di riscatto, nel mettersi in gioco e nella capacità di giocare.
Mi immagino uomini e donne con lo zaino in spalla.
Mi piace sognare, mi piace condividere con te il sogno, mi piace pensarlo, mi
piace immaginarlo.
Signore, ti piace il mio sogno?
Non ti faccio tratti sull’educazione, non ne sarei capace. Forse se mi formassi un po’ di più, se studiassi un po’ di più, sarei capace. Forse sarei anche capace di parlare forbito e di farmi capire di più. Ho sempre preferito essere un manovale della carità che un intellettuale che decreta interventi. Ho sempre preferito la fatica del giorno alle tavole rotonde occasionali. Non cambierò, non patteggerò la mia anima. Dire poi che questo sogno sia dentro di me e attorniato da un alone di serenità…è ancora lontano. Se mi guardo nell’anima, non mi sembra di avere così tanto spazio; ogni tanto mi convinco di non averne per non soffrire, per non pensare, per non guardare avanti. Restringo la possibilità di ingresso e mi chiudo in vortici che puntano verso il basso.
Ma poi mi rendo conto che ormai non è più possibile. Non è più possibile perché è come l’aria che si respira, come l’acqua che si beve, come il sole che splende, come l’universo che gira.
Ci sono eventi contro i quali combattere è già una battaglia persa. Non dico che non potrei farlo, dico che se anche lo facessi poi non potrei vivere. Ho accolto e raccolto con discrezione e intensità.
E con la stessa intensità piango spesso perché la solitudine mi accompagna in questo viaggio e le lacrime sono l’unico sfogo che mi permette di fare uscire da me le difficoltà.
Sto vivendo l’anima della mia anima in solitudine, condividendola solo con te…cerco un senso che mi permetta di coltivare il sogno! Signore, sai cosa vorrei?
Vorrei credere che quel poco di razionalità che ho mi abbia abbandonato, tanto da lasciarmi il posto a una fede che trasforma il travaglio in un luogo di pace.
Don Antonio Mazzi